opere in mostra

Opere in mostra

 

Adolfo Wildt - La Concezione

Adolfo Wildt   La Concezione
Adolfo Wildt La Concezione

ADOLFO WILDT

(Milano, 1868-1931)
 

La concezione, 1921-1922
marmo patinato e parzialmente dorato, 56 x 55,5 x 16,5 cm fi rmato sul lato sinistro: “A. Wildt” Milano, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, inv. 1701, Collezione Guido Rossi
Esposizioni: 2000-2001, Busto Arsizio, Ottocento Italiano. Da Lega a Wildt, senza catalogo; 2007, Gemonio, Anima Mundi, n. 9; 2015, Milano, Adolfo Wildt, n. 22B; 2017, Forlì, Art Déco, n. 1.10.
Bibliografia: Ojetti 1926, p. 452; Adolfo Wildt 1989, pp. 69, 172; Anima Mundi 2007, pp. 96-97; H. Viraben, in Adolfo Wildt 2015, pp. 170-171; V. Terraroli, in Art Déco 2017, p. 426.

Questo marmo di Wildt faceva parte della collezione dell’industriale tessile Guido Rossi, che possedeva un’altra opera dello scultore, I pargoli cristiani (cfr. cat. 27b): entrambi erano esposti, montati sullo stesso cavalletto déco di Ettore Zaccari con cui sono presentati in questa sede, nel suo appartamento in casa Berri Meregalli a Milano, edifi cata dal 1911 al 1913 dall’architetto Giulio Ulisse Arata. Rossi conobbe Wildt nel 1919 in occasione dell’acquisto, insieme all’industriale Giuseppe Chierichetti, della scultura raffi gurante la Vittoria, collocata ancora oggi nell’androne monumentale della casa di via Cappuccini, di cui Rossi e Chierichetti erano subentrati nella proprietà.
Il rilievo è la seconda versione di un marmo, ora in collezione privata, già nella collezione di Giovanni Scheiwiller (Adolfo Wildt 1989, p. 172, n. 26), esposto alla mostra Arte Italiana Contemporanea alla Galleria Pesaro nel 1921 e alla Biennale di Venezia nel 1922, dove Wildt era protagonista di una sala con ben 50 opere (tra sculture, gessi e disegni), insieme ai ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli. Rossi ebbe probabilmente modo di ammirare l’opera di Wildt a Milano nel 1921, commissionandogliene una nuova versione (era assiduo frequentatore della Galleria Pesaro, presso la quale è documentata l’esposizione di almeno sei opere della sua collezione). In linea con la sua prassi abituale, dalla composizione d’assieme Wildt trasse successivamente in più esemplari il solo dettaglio della testa della madre. Il rilievo raffi gura un volto maschile e uno femminile affi ancati, in atteggiamento orante e contemplativo, protesi verso la fi gura di un bambino dorato, dall’aspetto quasi fetale, con i pugni sugli occhi e come sospeso in equilibrio su un perno dalla forma di fi ori stilizzati. Il volto sfi lato della madre si contrappone a quello spigoloso del padre, in una sorta di poema spirituale dedicato al tema della famiglia e della pietà cattolica. Come sempre per Wildt, il marmo è scolpito con un’assoluta perizia e le patine originali conferiscono all’opera una calda e accorata vibrazione.
Nonostante l’originalità della composizione e le due prestigiose occasioni espositive, La concezione passò sotto il silenzio della critica e il primo a occuparsene fu Ugo Ojetti nel 1926, che accostò l’opera al grande gruppo della Famiglia, concluso nel 1922: “Adolfo Wildt è un uomo casto, di una castità lugubre e scheletrica che conferisce i tratti di una nordica ‘danza macabra’ al rilievo della Famiglia o a quello della Concezione” (Ojetti 1926, p. 452, e H. Viraben, in Adolfo Wildt 2015, p. 170).

Claudio Giorgione

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