opere in mostra

Opere in mostra

 

Adolfo Wildt - Ritratto di Alessandro Maino

Adolfo Wildt   Ritratto di Alessandro Maino
Adolfo Wildt Ritratto di Alessandro Maino

ADOLFO WILDT

(Milano, 1868-1931)
 

Ritratto di Alessandro Maino, 1929 circa
marmo, ø 43 cm, su base 25 x 25 x 15 cm fi rmato sul bordo destro: “A. WILDT” Gallarate, Museo della Società Gallaratese per gli Studi Patri, inv. 98
Esposizioni: 2007, Gemonio, Anima mundi, n. 11.
Bibliografia: Mola 1988, p. 153; Pippione 1998, pp. 140-141; E. Pontiggia, in Adolfo Wildt e i suoi allievi 2000, p. 100, ill. p. 103; Wildt ed. 2002, pp. 21, 38; Anima Mundi 2007, p. 100; Adolfo Wildt 2015, pp. 35-37.

Non essendo attualmente possibile procedere allo spoglio del patrimonio documentale della Società Gallaratese per gli Studi Patri, a causa del riordino del suo archivio, la genesi del bassorilievo può essere ricostruita solo per via ipotetica, servendosi delle conclusioni ricavabili dall’analisi critica.
Il ritratto – raffi gurante il senatore Alessandro Maino (1863-1929), industriale tessile e fi lantropo – fu donato dalla nipote Carla Maino (1923-1972) al Museo della Società Gallaratese per gli Studi Patri, dov’è tuttora custodito accanto a quello dedicato alla madre di Alessandro, Carolina Trotti. Per quanto gli studiosi siano concordi nel datare il medaglione al 1927, al pari dell’esemplare appena citato, si deve constatare la sua assenza dall’elenco manoscritto delle maggiori sculture, stilato da Wildt stesso nel 1929 (Mola 1988, p. 153). Questo dato indurrebbe a posticiparne l’esecuzione, avvenuta probabilmente su incarico di Antonio Maino, in memoria del fratello recentemente scomparso.
Pur conservando in entrambe le opere echi delle teorie formulate da Adolf von Hildebrand – ravvisabili nel profondo legame del volto con la lastra di marmo, alla quale è unito mediante fragilissimi sottosquadri –, è doveroso segnalare alcune differenze, a partire dalla diversa modalità di fi rma adottata dall’artista. Servendosi della fotografi a “uffi ciale” del senatore, la stessa utilizzata per alcuni necrologi in occasione della sua morte, il maestro – avulso dall’idea che la somiglianza al dato reale fosse assoluta e inviolabile – sceglie quasi di optare per un approccio “fenomenologico” (Adolfo Wildt 2015, p. 37), teso a restituire il soggetto in tutti i suoi aspetti: fi sico, psicologico e sociale. Scostandosi dalle suggestioni naturalistiche che connotano il ritratto di Carolina Trotti, eccolo qui ridurre i dettagli anatomici a elementi stilizzati, volti a creare una nuova armonia di rapporti formali, col solo obiettivo di “far palpitare la vita, per virtù d’ingegno e di mano, là dove essa sembra più esularne – nel sasso” (Wildt ed. 2002, p. 21). La decantazione delle forme prosegue poi nella vigile perfezione con la quale Wildt incide barba e baffi , che – insieme alla medaglia di Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, raffi - gurata a ridosso del bordo inferiore – dimostrano come tutto possa e debba “concorrere al sentimento generale della statua” (Wildt ed. 2002, p. 38), nella convinzione che non esistano parti accessorie. L’ultimo elemento su cui si vuole porre l’attenzione è la diversa tipologia di fi nitura impiegata: ciò renderebbe poco plausibile l’idea che le due opere fossero state concepite sin dall’inizio come pendants ed eseguite nello stesso torno di tempo. Nell’effi gie di Alessandro Maino il carattere diafano del viso femminile, con i suoi rifl essi serici, cede infatti il passo alla consunta preziosità degli antichi manufatti eburnei, in una virtuosistica mimesi di questa materia: eterno gioco barocco di scambio tra realtà e fi nzione.

Daniele Capovilla

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