opere in mostra

Opere in mostra

 

Adolfo Wildt - Ritratto di Carolina Trotti Maino

Adolfo Wildt   Ritratto di Carolina Trotti Maino
Adolfo Wildt Ritratto di Carolina Trotti Maino

ADOLFO WILDT

(Milano, 1868-1931)
 

Ritratto di Carolina Trotti Maino, 1927
marmo, ø 43 cm, su base 25 x 25 x 15 cm fi rmato sul verso: “ADOLFO WILDT” Gallarate, Museo della Società Gallaratese per gli Studi Patri, inv. 98 bis
Esposizioni: 2007, Gemonio, Anima mundi, n. 12.
Bibliografia: II. Mostra Gallaratese d’Arte 1924, pp. 5, 13; Sironi 1931, p. 3; Mola 1988, p. 153: E. Pontiggia, in Adolfo Wildt e i suoi allievi 2000, p. 100, ill. p. 103; Anima Mundi 2007, p. 101.

La mancata consultazione dell’archivio della Società Gallaratese per gli Studi Patri, resa impossibile dalle operazioni di riordino del patrimonio documentale attualmente in corso, costringe a muoversi sul terreno delle ipotesi, avvalendosi però di alcuni imprescindibili punti fermi.
Il medaglione – raffi gurante Carolina Trotti, madre degli imprenditori Alessandro e Antonio Maino – fu donato dalla fi glia di quest’ultimo, Carla (1923-1972), al Museo della Società Gallaratese per gli Studi Patri, dov’è tuttora conservato. La partecipazione di Adolfo Wildt alla II Mostra Gallaratese d’Arte del 1924-1925, nel cui comitato d’onore compaiono i fratelli Maino, è da attribuire all’interessamento diretto dell’industriale tessile e collezionista Guido Rossi (anch’egli facente parte del comitato), il quale – agli inizi degli anni venti – aveva incaricato il maestro di progettare la sepoltura di famiglia nel cimitero cittadino. Dopo questo primo contatto, fu presumibilmente Antonio a commissionare l’effi gie, destinata a una fruizione privata come confermerebbe la scelta tipologica del tondo su basamento. Nel 1929 il ritratto, che secondo il modus operandi wildtiano sarebbe stato ricavato da una fotografi a, viene menzionato dallo scultore stesso nell’elenco manoscritto delle sue maggiori opere, ripetuto – con la sola aggiunta del Parsifal – nel questionario stampato da Giovanni Scheiwiller un anno più tardi (Mola 1988, p. 153).
Su una superfi cie levigatissima, priva di qualsiasi riferimento d’ambiente, emerge con nitidezza il volto della donna. Abbandonata la fi sicità contrita e l’ossuta macerazione dei soggetti simbolisti, l’artista sembra riappropriarsi – nell’insolito naturalismo del modellato – della tradizione fi gurativa ottocentesca, riletta alla luce di un sottile lirismo funerario. La scelta di un punto di vista frontale, che riduce il bassorilievo a un enorme cammeo, non gli impedì tuttavia di dar forma a una complessa articolazione dei volumi: fautore di una scultura fondata su un elevato grado di elaborazione tecnica, Wildt si addentra nelle narici, descrive le occhiaie, si aggira con delicata fl essuosità nel padiglione auricolare, intaglia nettamente le rughe d’espressione ai lati delle labbra, per culminare nel rigore grafi co della capigliatura, dove la stilizzazione di matrice arcaica diviene squisita sensibilità déco. Degna di nota la cura riservata ai particolari più minuti, come l’orecchino e la collana, fedelmente riproposta nel 1929 nell’opera intitolata Il filo, conservata a Venezia presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Attraverso un paziente lavoro di politura – vera e propria “trasformazione mistica della dura compagine del marmo” (Sironi 1931, p. 3) – l’artista sceglie di negare le qualità precipue della pietra, ormai prossima alla compatta lucidità di una fragile porcellana: un bianco simulacro chiamato a custodire la memoria di Carolina Trotti, nella ieratica fi ssità di un’atmosfera irreale e rarefatta.

Daniele Capovilla

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