opere in mostra

Opere in mostra

 

Filiberto Petiti - Paesaggio romano

Filiberto Petiti   Paesaggio romano
Filiberto Petiti Paesaggio romano

FILIBERTO PETITI

(Torino, 1845 - Roma, 1924)
 

Paesaggio romano, 1877
olio su tela, 65 x 100 cm fi rmato e datato in basso a sinistra: “F. Petiti / Roma 77” Varese, Musei Civici, inv. 144
Bibliografia: Signorini] 1873, p. 149; Hermanin 1900, p. 112; S. Bietoletti, in Musei Civici 2014, pp. 164-165.

Il quadro è stato donato ai Musei Civici di Varese nel 1975 dall’ingegnere Riccardo Lampugnani, ed è stato studiato da Silvestra Bietoletti nel catalogo generale del Museo (Musei Civici 2014, pp. 164-165). Nella luce tersa di una bella giornata, una donna procede su un terreno incolto verso un torrente, seguita da un bambino. Le loro minute silhouettes stabiliscono la metrica del dipinto, concepito secondo una solenne impaginazione memore dell’illustre tradizione fi gurativa del paesaggio del Seicento olandese; erano stati proprio gli esemplari di quella pittura conservati a Palazzo Madama, a Torino, i modelli su cui si era formato l’artista, che, avviato dal padre a una carriera di funzionario statale, si era applicato all’arte da autodidatta. L’interesse per il paesaggio lo aveva esortato a confrontarsi anche con i protagonisti suoi contemporanei di quel genere pittorico, peraltro il più innovativo nel Piemonte del tempo, scegliendo a proprio maestro ideale Carlo Piacenza. In consonanza con la poetica dei paesisti piemontesi, anche per Petiti la resa naturalistica di un paesaggio è il tramite per sollecitare stati d’animo evocativi di sentimenti più o meno struggenti. E bene lo testimonia il nostro quadro nel quale gli arbusti, le prode rocciose, il fogliame degli alberi sono tradotti pittoricamente con una pennellata a piccoli tocchi nervosi e intessuti di luce, capaci di rendere con straordinaria attinenza la “verità” di quel brano di natura avvolto nella calda atmosfera meridiana, e di suggerirne, al medesimo tempo, il mistero che lo pervade. L’esordio di Petiti risaliva al 1865, ma fu a Firenze nel 1873, alla mostra della Società Promotrice dove espose un Renaiolo, che il pittore rivelò tutta la propria abilità riscuotendo il plauso della critica. Persino Telemaco Signorini, giudice severo e mordace, riconobbe il merito di quell’opera, meritoria “per motivo, per forma e per chiaro scuro” della menzione onorevole assegnatale dal giurì ([Signorini] 1873, p. 149). Nonostante ciò, Petiti non abbandonò il proprio incarico di dipendente del demanio continuando a coltivare la pittura da dilettante, e fu solo dopo il trasferimento a Roma, avvenuto nel 1874, che egli prese la decisione di dedicarsi esclusivamente all’arte, sostenuto in quella scelta impegnativa dal pittore conterraneo Vittorio Benisson che lo introdusse nell’ambiente artistico locale. Da allora la sua attività si sarebbe svolta in sintonia con le ricerche dei paesisti romani, partecipando ai principali movimenti pittorici della capitale: nel 1878 entrò a far parte del Circolo Artistico Internazionale, aderì poi alla Società degli Acquerellisti Romani; in seguito fu uno dei “XXV della Campagna romana”. Il nostro quadro appartiene dunque al primo periodo dell’attività romana dell’artista; è il risultato quindi di una fase delicata della ricerca fi gurativa di Petiti, come già riconoscevano i critici più accorti dell’epoca, concordi nell’individuare nelle opere eseguite dal pittore all’inizio del soggiorno romano un carattere molto personale: a quella data – riteneva Federico Hermanin, intenditore d’arte colto e sensibile – le “reminiscenze del paesaggio toscano”, i “ricordi piemontesi” erano ancora vividi nell’immaginario dell’artista dallo “spirito di sognatore e di poeta”: “la maestà meravigliosa della campagna romana lo aveva scosso, ma non ancora vinto” (Hermanin 1900, p. 112).

Cristina Pesaro

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