opere in mostra

Opere in mostra

 

Giuseppe Bertini - La siesta o riposo campestre

Giuseppe Bertini   La siesta o riposo campestre
Giuseppe Bertini La siesta o riposo campestre

GIUSEPPE BERTINI

(Milano, 1825-1898)
 

La siesta o Riposo campestre, 1870 circa
olio su tela, 45 x 60 cm fi rmato in basso a destra: “G. Bertini” Varese, Musei Civici, inv. 160 Bibliografia: Pini 1996, pp. 169-170, n. 22; L. Pini, in Musei Civici 2014, pp. 108-109.

Il dipinto entrò a far parte delle raccolte civiche di Varese nel 1977 grazie al legato del notaio Giuseppe Bonazzola, che doveva averlo acquisito dalla collezione Litta Prior, ed è stato studiato da Lucia Pini nel catalogo generale del Museo (Musei Civici 2014, pp. 108-109). La tela è una versione più tarda del Riposo campestre apparso a Brera nel 1857; già appartenuto a Ulisse Borzino, ritrattista e litografo proprietario in Milano di un noto stabilimento oleografi co, il quadro passò quindi nelle mani di Vittore Grubicy De Dragon, che nel 1920 lo donò alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. In quel medesimo 1857 Bertini, che si era fatto apprezzare soprattutto per Il ritorno di Renzo e Lucia dopo gli sponsali, dipinto oggi disperso e noto grazie all’incisione pubblicata al tempo in Gemme d’arti italiane, era presente sulla ribalta braidense anche con un ritratto femminile di commissione del conte Tomaso Soranzo. Per l’artista, poco più che trentenne, quella composita terna d’opere doveva con ogni probabilità testimoniare la sicurezza di un talento versatile, in grado di spaziare dal tema di ispirazione letteraria al ritratto, al soggetto di genere d’ambientazione campestre. Un ambito, quest’ultimo, destinato in realtà a rimanere decisamente marginale all’interno della pur lunga e variegata vicenda del pittore, ma intorno al quale a metà del secolo Bertini andava evidentemente compiendo le sue sperimentazioni. La versione di proprietà della Galleria d’Arte Moderna di Milano reca infatti ben riconoscibile in certe schiettezze stilistiche e nel volto barbuto del giovane – quasi un ritratto per l’energica connotazione fi sionomica – la traccia di studi condotti sulla pittura di Domenico Morelli; negli anni cinquanta infatti le sue ricerche sul vero avevano contribuito ad arricchire il ricco crogiolo di spunti su cui Bertini si era esercitato in quel decennio destinato a confermarsi come il più sperimentale della sua lunga e fortunata carriera. Ma di quegli stimoli, meditati al tempo insieme all’amico Eleuterio Pagliano e sorretti dalla personale conoscenza dell’artista napoletano, non rimane più traccia in questa versione del Riposo campestre. Alla ripresa puntuale sotto il profi lo tematico e compositivo del medesimo soggetto esposto a Brera non corrisponde un’analoga continuità dal punto di vista stilistico: divenuti meno incisivi, i volti dei due protagonisti si atteggiano ora in fi sionomie distese, mentre la materia pittorica s’alleggerisce in piani ampi e luminosi, che paiono ormai tradire la rodata consuetudine dell’artista con le vaste e pacifi cate superfi ci della sua pittura decorativa all’altezza degli anni settanta.

Cristina Pesaro

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