opere in mostra

Opere in mostra

 

Giuseppe Bertini - Ofelia

Giuseppe Bertini   Ofelia
Giuseppe Bertini Ofelia

GIUSEPPE BERTINI

(Milano, 1825-1898)
 

Ofelia (?), 1860-1870 circa
olio su tela, 55 x 43 cm fi rmato in basso a destra: “G. Bertini” Varese, Musei Civici, inv. 152 Bibliografia: Pini 1996, pp. 263-264, n. 56; L. Pini, in Musei Civici 2014, pp. 107-108.

La tela pervenne alla sua ubicazione attuale nel 1977 tramite il legato del notaio Bonazzola, il quale doveva averla acquisita in tempi non precisabili dalla collezione Litta Prior, ed è stata studiata da Lucia Pini nel catalogo generale del Museo Civico (Musei Civici 2014, pp. 107- 108). La prestigiosa provenienza del dipinto si direbbe peraltro ribadita anche dalla ricca cornice intagliata, davvero adatta ai fasti di una dimora patrizia. L’opera, cui gli inventari del museo attribuiscono il titolo generico di Ritratto con fiori, ha con ogni probabilità quale soggetto una shakespeariana Ofelia, riprendendo così un tema già affrontato da Bertini nella celeberrima Ofelia oggi dispersa apparsa con grande successo all’esposizione braidense del 1859. Il dipinto, terminato nel 1858, era considerato al tempo l’indiscusso capolavoro di Giuseppe Bertini ed era stato realizzato per il salone della casa milanese del conte Alessandro Negroni Prati Morosini affi nché facesse da pendant a Le Veneziane di Francesco Hayez, stabilendo una sorta di sfi da tra i modi del grande maestro e quelli del più giovane artista; un confronto tra generazioni, dunque, che nel 1859 sarebbe stato esplicitato in seno all’Accademia di Brera dalla stessa assegnazione a Giuseppe Bertini di una seconda cattedra di pittura, che andava ad aggiungersi a quella già occupata da Hayez. Se la tela grande al vero destinata a casa Negroni Prati Morosini affrontava il tema della pazzia d’Ofelia, declinandolo in una scena articolata dal punto di vista compositivo e di evidente ispirazione letteraria, diverso è il caso di questo dipinto: il taglio ravvicinato dell’immagine si concentra infatti sul busto di donna, tant’è che i rimandi all’eroina shakespeariana – i fiori della scompigliata ghirlanda nuziale, la candida veste da sposa –, così sottratti al contesto di un’ambientazione esplicita, stemperano il loro potere narrativo collocando questa bionda bellezza in un territorio dove la pittura di ispirazione letteraria cede ormai alle meno stringenti cadenze del genere. Proprio il successo del quadro apparso a Brera nel 1859 doveva dunque aver spinto l’artista, forse per esplicita richiesta dei suoi committenti, a riprendere il tema della tragedia in questa nuova, più agile versione, in cui la bionda bellezza della protagonista e, si direbbe, la sua stessa fi sionomia stabilivano un rimando sicuramente avvertito dal pubblico del tempo al grande dipinto oggi noto grazie all’incisione di Domenico Gandini apparsa nella strenna Gemme d’arti italiane del 1858 (p. 51). Databile ormai al settimo decennio del secolo, questa tela si inserisce senza esitazione alcuna in quella esibita eleganza di modi che la critica riconobbe al tempo quale cifra distintiva dell’artista, individuando proprio nei suoi disinvolti allettamenti sensibili un’alternativa alle più meditate cadenze hayeziane: dosando tempi ed effetti, la pittura allunga il passo in pennellate quasi risolute nei tratti verdi dello sfondo, si ammorbidisce nella resa dei fi ori di scrosatiana memoria e indugia in brani di solida sapienza accademica nelle chiome ramate della donna, sempre fascinatrice e smagliante.

Cristina Pesaro

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