opere in mostra

Opere in mostra

 

Lodovico Pogliaghi - Prometeo

Lodovico Pogliaghi   Prometeo
Lodovico Pogliaghi Prometeo

LODOVICO POGLIAGHI

(Milano, 1857 - Santa Maria del Monte, Varese, 1950)
 

Prometeo, 1885 circa
bronzo, 178 x 65 x 75 cm sul basamento: “MDCCCLXXX […] / M[…]MXXX[…]” Varese, Casa Museo Pogliaghi, inv. 404 Bibliografia: La vita 1955, p. 23; A. Marazza, in Lodovico Pogliaghi 1959, p. 15; F. Gualdoni, in Lodovico Pogliaghi 1997, p. 12; R. Prina, in Lodovico Pogliaghi 1997, pp. 87-88.

Collocata da Lodovico Pogliaghi al centro del colonnato semicircolare nel giardino (La vita 1955, p. 30), la scultura oggi si trova nell’atelier all’interno della casa-museo, accanto al grande gesso della porta del duomo di Milano. Si tratta di una versione probabilmente coeva e senza alcuna variante, se non per il completamento del basamento sul retro con due fi gure zoomorfe, del Prometeo di palazzo Turati: una delle opere più note e celebrate di Lodovico Pogliaghi.

Prescelto giovanissimo da Giuseppe Bertini per coadiuvarlo nella decorazione del palazzo di Gian Giacomo Poldi Pezzoli, in un ristretto giro d’anni Pogliaghi fu chiamato anche da Ernesto Turati (1834-1918) per adornare la sua abitazione di via Meravigli 7 (1884-1887). L’edifi cio conserva ancora tre sale originali. Un vasto ambiente, completamente decorato, arricchito dal ciclo pittorico intitolato La Melodia di Giuseppe Bertini, che con l’aiuto di Luigi Cavenaghi esegue nel 1884 anche la composizione allegorica sulla volta; l’adiacente Salotto azzurro vede invece l’intervento pittorico di Mosè Bianchi con La Flora. Lodovico Pogliaghi infi ne fi rma il suo intervento nel 1885 nella sala del Prometeo (Ginex, Rebora 1999, pp. 59-63, 112-113).

Le carte private di Lodovico che sono custodite presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana (Archivio Pogliaghi, 6) illustrano giorno per giorno l’andamento dei lavori, restituendoci il tranquillo tran tran della vita alto-borghese meneghina all’indomani dell’Unità d’Italia. Lodovico si divideva tra la compilazione di noiosi computi estimativi ove elencava i costi dei suoi disegni – il “Prometeo e due Genj che portano l’orologio [sono le sculture che stanno alla base del Prometeo a Palazzo Turati n.d.r.] compresa la forma, forma buona che tengo a disposizione per voi e n. 2 gitti in gesso” costarono “L. 5.000” (Lettera di Pogliaghi a Ernesto Turati del 7 febbraio 1887) –, l’accoglienza in studio di un rappresentante della “Ditta Giuseppe Speluzzi – Milano” per l’intaglio e la doratura di un bracciolo, l’invito affettuoso per cena di Giulia Manasse, originaria di Costantinopoli, moglie di Ernesto, che unitamente al marito aspettava Lodovico alle 19 “per fare tante belle chiacchierate”.

A casa Turati l’artista, che per la nobile orientale volle disegnare anche lo stemma di casa Turati per il ricamo dei fazzoletti, in via Meravigli dovette affrontare il soggetto, indicatogli da Giuseppe Bertini, ovvero l’invocazione: “Gioia, fi glia della luce…”, incipit della trasposizione poetica in italiano a opera di Arrigo Boito del testo della IX Sinfonia di Beethoven.

Ispirato dal brano musicale, l’artista nella sala dipana “da ogni angolo delle pareti e dei soffi tti, magnifi ci candelabri di gesso dorato, fl oridi putti, ricche lesene e cornici, che ricordano, per l’energico modellato e per la perfetta armonia delle proporzioni, i migliori modelli cinquecenteschi, anche se una sensibilità romantica li affastella e li avvolge di chiaroscuro […] Pogliaghi versò a piene mani le sue decorazioni; ma, decorando, dipingeva e scolpiva: dipingeva nei fondi azzurri e d’oro; scolpiva nel mirabile modellato dei suoi candelabri e delle sue cornici, prima ancora che nei bassorilievi delle fi gurazioni mitologiche e nel tutto tondo del Prometeo” (A. Marazza, in Lodovico Pogliaghi 1959, p. 15).

Daniele Cassinelli

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