opere in mostra

Opere in mostra

 

Lodovico Pogliaghi - Venere

Lodovico Pogliaghi   Venere
Lodovico Pogliaghi Venere

LODOVICO POGLIAGHI

(Milano, 1857 - Santa Maria del Monte, Varese, 1950)
 

Venere, 1900 circa
bronzo, bronzo dorato, agata senza sfaccettature, calcedonio, granato, sul capo un topazio, 45 x 18 x 19 cm Varese, Casa Museo Pogliaghi, inv. 788 Bibliografia: Bibliografi a: La vita 1955, p. n.n. [ma 191]; Ragghianti 1970, pp. 9-11; Scultura a Varese 1994, p. 35, n. 21; F. Gualdoni, in Lodovico Pogliaghi 1997, p. 12.

L’opera con ogni probabilità fu collocata da Pogliaghi nella galleria dorata (La vita 1955, p. 34), mentre oggi si trova nell’atelier, dove campeggia il gesso per il portale del duomo di Milano.

La Venere, opera probabilmente giovanile di Lodovico Pogliaghi, è caratterizzata da una ricercata patinatura, che restituisce al bronzo una luminescenza opaca ed epidermica, calda, impreziosita dalle dorature che adornano il drappo che la donna trattiene sulla spalla, dal diadema, dalla capigliatura della dea e dalle meravigliose fasce da braccio.

La galleria dorata è uno spazio orientato a sud e adornato da marmi e pietre, oltre che da fastose decorazioni a stucco e pastiglia dorata sul soffi tto che rievocano un sontuoso soffi tto rinascimentale; la sala, ove la luce del sole riverbera in maniera soffusa e crepuscolare, doveva restituire al bronzo un’aura calda e soprannaturale, in grado di fondere il bronzo con l’atmosfera vellutata e avvolgente.

Pogliaghi volle adornare la Venere con pietre dure, quali il prezioso topazio rosso ciliegia sul capo, l’agata verde, che adorna le braccia, il granato e poi ancora l’agata sul vaso e il calcedonio per la base.

L’opera, pubblicata da Carlo Ragghianti nel 1970 in apertura dei suoi interventi di prima riscoperta di Casa Pogliaghi (Ragghianti 1970, pp. 9-11), è stata esposta alla rassegna dedicata alla Scultura a Varese nel 1994 al castello di Masnago, accanto a pochi altri bronzi giunti da Casa Pogliaghi (Scultura a Varese 1994, p. 35, n. 21).

Ragghianti dispiega nelle pagine una accorta disamina critica, utile a ricollegare Pogliaghi ai grandi scultori del Manierismo: un rimando corroborato dalla Venere in oggetto e da un folto gruppo di “piccoli bronzi, placchette, brocche ed anfore, basi di candelabri e di croci, oggetti vari, con una scala di gustazioni che va dal Giambologna al Vittoria, dal Cellini a Pierino da Vinci”, riservando, per l’Otto e Novecento, una menzione al solo Vincenzo Gemito per “un parallelismo anche tecnico” con Pogliaghi (Ragghianti 1970, p. 10).

Una passione per l’arte del Cinquecento documentata anche dai gusti collezionistici del nostro artista, che possedeva una scultura di Giambologna raffi gurante Ercole e Nesso, riproduzione del medesimo soggetto realizzato dallo scultore per la Loggia dei Lanzi a Firenze e defi - nita da Ottavio Alberti “di squisita modellatura, sapiente ritocco, ottima patina” (La vita 1955, p. 36).

Venendo più specifi catamente alla Venere, Ragghianti individua il rimando a Giambologna, riconoscendo allo scultore milanese la riproposizione in chiave raffi nata e moderna dell’intreccio degli arti, cui è possibile aggiungere una stretta somiglianza con Fata Morgana, un marmo proveniente dalla Fonte omonima a Grassina (Firenze), oggi in collezione privata (1573). Alla Maniera rimandano anche la ritrosia artefatta della figura, che si china per non incrociare lo sguardo dell’osservatore, gli adornamenti e i fregi dorati.

Infine la scultura ripercorre smaccatamente il modello greco-romano della Venere pudica – un esemplare che destò scalpore tra i collezionisti fu ritrovato nel 1874 sull’Esquilino, oggi ai Musei Capitolini di Roma con il nome di Venere Esquilina.

Daniele Cassinelli

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