opere in mostra

Opere in mostra

 

Lodovico Pogliaghi - Venere che toglie la spina dal piede

Lodovico Pogliaghi   Venere che toglie la spina dal piede
Lodovico Pogliaghi Venere che toglie la spina dal piede

LODOVICO POGLIAGHI

(Milano, 1857 - Santa Maria del Monte, Varese, 1950)
 

Venere che toglie la spina dal piede o La spina, 1900 circa
bronzo, 45 x 18 x 19 cm sul basamento monogramma: “LP” Varese, Casa Museo Pogliaghi, inv. 408
Bibliografia: La vita 1955, p. 27 (La Spina).

L’opera con ogni probabilità fu collocata da Pogliaghi nella galleria dorata (La vita 1955, p. 34), mentre oggi si trova nell’atelier, dove campeggia il gesso per il portale del duomo di Milano.

Il bronzo probabilmente era stato collocato da Lodovico Pogliaghi nella galleria dorata presso la sua casa a Santa Maria del Monte di Varese e può essere identifi cato con la scultura ricordata nel volumetto dedicato nel 1955 a Pogliaghi come “La Spina” (La vita 1955, p. 34): un nome che evidentemente riecheggia una delle più celebri sculture classiche: lo Spinario oggi conservato, tra le altre, in una versione in bronzo ai Musei Capitolini di Roma e in una in marmo agli Uffizi.

Come spesso avviene in Pogliaghi, il modello antico è visto attraverso il caleidoscopio manierista, così questa Venere si ispira più chiaramente alla “Venere che toglie una spina dal piede”, un’opera in metallo argentato e risalente al XVI secolo conservata allo Städel Museum di Francoforte. A contrassegnare entrambe le sculture, oltre alla posa, la grazia eterea, il gesto misurato, le movenze gentili, l’acconciatura preziosa: Venere è colta nel fi ore degli anni, splendente di bellezza ed eleganza nell’opera cinquecentesca, mentre appare appena più matura nella scultura di Pogliaghi. Il basamento su cui poggia Venere è intarsiato con un ulteriore soggetto classico: un aulete che danzando suona un diaulòs.

Si tratta di opere che dichiarano apertamente la predilezione di Pogliaghi per la classicità ingentilita di maniera che nutre tutta la sua attività di ornatista: modello ideale ne è la fi gura di Benvenuto Cellini, unitamente a Giambologna.

Sospinto da questa ispirazione vitale, dopo il successo di palazzo Turati, Pogliaghi divenne protagonista di una rapida ascesa nell’ambito specifi co della decorazione sontuosa di case e palazzi privati, lavorando, tra le altre, a villa Carlotta a Tremezzo, villa Passalacqua di Moltrasio, nel salone centrale del castello del Valentino, in stile barocco, a villa Pirotta Bonacossa a Brunate di Como (Ginex, Rebora 1999, pp. 59-63; 113-114) e villa Maria di Griante, palazzo Castelbarco a Vaprio d’Adda, villa Tatti Tallacchini a Comerio, fi no alla villa dell’artista eclettico e architetto Andrea d’Andrade a Lisbona, in stile tiepolesco; a lui poi si devono le decorazioni di palazzo Crespi Morbio a Milano e quelle del distrutto palazzo di Leo Castelnuovo a Brera (Lodovico Pogliaghi 1959, p. 53), oltre che naturalmente i progetti dall’ideazione al dettaglio per la sua abitazione al Sacro Monte di Varese, che sorge accanto alla villa Macchi Zonda, sempre ideata da Pogliaghi.

Tra i committenti privati di Pogliaghi possiamo infi ne aggiungere – si ringrazia Sergio Rebora per la segnalazione – il nobile varesino Ludovico Toeplitz de Grand Ry, fi glio del banchiere Giuseppe: personaggio di spicco del jet set italiano della prima metà del Novecento, fondatore della cinematografi a nazionale e amico di d’Annunzio, Ludovico commissionò a Pogliaghi la tomba per la nonna, Anna de Grand Ry, scomparsa nel 1916; il monumento fu eseguito nel 1920-1921 e ubicato nel riparto IX, giardino 525, 526 del Cimitero Monumentale di Milano.

Daniele Cassinelli

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