opere in mostra

Opere in mostra

 

Mosè Bianchi - Ritratto di Giuseppe Ponti

Mosè Bianchi   Ritratto di Giuseppe Ponti
Mosè Bianchi Ritratto di Giuseppe Ponti

MOSÈ BIANCHI

(Monza, 1840-1904)
 

Ritratto di Giuseppe Ponti, 1878 circa
olio su tela, 218 x 134 cm fi rmato in basso a destra: “Mosè Bianchi” Varese, Camera di Commercio, Industria e Artigianato (l’opera non è esposta nella sede della mostra ma è visibile presso Villa Ponti) Esposizioni: 1878, Milano, n. 332; 1994, Milano, Pittura lombarda, n. 15; 2004-2005, Varese, Accoppiamenti giudiziosi, n. 6. Bibliografi a: A. 1878; Pittura lombarda 1994, pp. 96-208; L. Pini, in Accoppiamenti giudiziosi 2004, pp. 139, 228-229, n. 6.

L’opera si deve alla commissione di Luigi Ponti, fi glio dell’effi giato e già mecenate di Mosè Bianchi nel 1874 con l’ingaggio per il ritratto della moglie Elisabetta Ponti Sottocasa. Da lui la tela passò a Ettore, nipote del committente, e quindi nelle collezioni della Camera di Commercio di Varese.

Giuseppe Ponti, scomparso ben venticinque anni prima dell’esecuzione dell’opera, viene raffi gurato grande al vero, in una ambientazione particolarmente vasta e ariosa, probabilmente grazie all’ausilio di una fotografi a. Il pavimento, la colonna, il tendaggio sul quale si staglia la fi gura di Giuseppe sono dipinti da Mosè Bianchi con la consueta, superba, attenzione al dato coloristico, qui caratterizzato dall’impiego del tono su tono nelle sfumature del crema e del grigio, mentre i ridotti scorci di giardino rimandano alle istanze pittoriche bertiniane e scapigliate in voga nell’ambiente dell’Accademia di Brera alla metà degli anni settanta dell’Ottocento.

Di contro l’uomo al centro è curvo, dimesso, l’abbigliamento interamente giocato sui toni scuri, lo sguardo malinconicamente rivolto a terra e sul viso i segni inconfondibili degli anni trascorsi, la calvizie irrimediabile, la pelle rilassata e la carnagione opaca, mentre gli unici vezzi – un cappello e un fazzoletto carminio – sono celati tra le mani, dietro la schiena.

I giornali dell’epoca accolsero l’opera con giudizi aspri e impietosi, tanto che la tela venne defi nita “un insulto al buon gusto” (A. 1878). Una valutazione diffusa su altre testate (riassunte da Lucia Pini in Accoppiamenti giudiziosi 2004, pp. 228-229), che attesta l’attenzione particolare che la critica riservava a prove pittoriche anti-accademiche e improntate a un realismo crudo e anti-celebrativo, sensibile a una visione disincantata e oggettiva dell’umanità, lontana dall’auto-celebrazione cui la borghesia meneghina – con l’eccezione di Andrea e Luigi Ponti, committenti entusiasti, tra gli altri, di un “artista maledetto” come Daniele Ranzoni, e di pochi altri – ambiva.

E così, prendendo le mosse proprio dalla storia della ritrattistica, sembra possibile iniziare a riunire un Salon des Refusés dell’arte lombarda del XIX secolo: si veda il caso pressoché contemporaneo del meraviglioso ritratto di Oreste Fantelli che Eleuterio Pagliano dipinse nel 1877 per la Quadreria dell’Ospedale Maggiore di Milano. Appena pubblicato, il dipinto fu valutato un insulto al decoro, rifi utato sonoramente dai committenti e dipinto di nuovo: nella prima versione, Fantelli – un oste che raggiunse l’agiatezza economica con la propria attività – viene rappresentato dal pittore realista in modo convincente e plausibile nella propria cantina, le maniche rimboccate, l’orecchino al lobo sinistro, reggendo tra le mani il vino appena spillato e un canovaccio.

Daniele Cassinelli

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