opere in mostra

Opere in mostra

 

Arturo Ferrari - Naviglio a Pavia

20 FerrariA.Na#4E0053B1
20 FerrariA.Na#4E0053B1

ARTURO FERRARI

(Milano, 1861-1932)
 

Naviglio di Pavia alla Conchetta, 1890-1900
olio su tela, 86 x 132,6 cm firmato in basso a destra: “Arturo Ferrari” Gruppo Banco BPM - Collezione Banca Popolare di Milano, inv. 252190
Bibliografia: Tesori d’arte delle banche lombarde 1995, ill. 482, p. 253; Tra ’800 e ’900 2010, ill. p. 193.

Collocato cronologicamente nell’ultimo decennio dell’Ottocento, l’olio Naviglio di Pavia fa parte del vasto repertorio di vedute prospettiche milanesi che Arturo Ferrari inizia a proporre sin dal suo esordio all’Esposizione di Belle Arti di Brera, nel 1879. Avviato agli studi artistici dal padre Cesare e da Mosè Bianchi da Lodi, impegnati entrambi nella decorazione della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, Ferrari compie la propria formazione presso l’Accademia di Brera sotto la guida di Giuseppe Bertini, segnalandosi anche alla scuola di prospettiva. Fondamentale è inoltre la frequentazione contemporanea dello studio di Gerolamo Induno, da cui discende sia l’intonazione bozzettistica nella rappresentazione di certe scene, sia quel sentimento “passatista” della pittura, mai rinnegato dal Ferrari, che fece la sua fortuna presso il pubblico e la critica più conservatrice. Rimase dunque legato alla tradizione romantica del primo Ottocento lombardo anche come ottimo acquarellista. Nella sua opera fu da subito riconosciuta l’immagine elegiaca di un mondo che andava scomparendo all’incedere delle trasformazioni sociali e urbanistiche che stavano mutando, tra Otto e Novecento, il volto di Milano. In Naviglio di Pavia (veduta simile a un’altra opera del pittore appartenente anch’essa alla collezione Gruppo Banco BPM, ma di formato molto più piccolo, 25,1 x 36,6 cm, e dipinta a olio su cartoncino), Ferrari ritrae, con precisione pressoché fotografica, un breve tratto del canale che dalla darsena di Porta Ticinese a Milano giunge sino a Pavia per sfociare nel Ticino. Ricorrendo a una pittura di genere, l’artista sembra fermare un istante di vita del corso d’acqua nel momento in cui passa un barcone, delle donne lavano i panni su una sponda, mentre sull’argine opposto stazionano due cavalli. Una visione prospettica degna della migliore tradizione iconografica milanese, definita da edifici e acque immersi nell’atmosfera tonale della terra di Siena incupita da un cielo in cui si addensano minacciose nuvole grigio-violacee. Cielo che, nel punto di fuga dell’impianto prospettico, si confonde con le masse cromatiche di una prospettiva aerea leonardesca. Le forme sono campite da macchie di colore variamente steso e solo raramente rinforzate da sottili tratti che meglio definiscono gli elementi architettonici o da tocchi chiaroscurali che animano lo scorrere delle acque.
Fabrizio Rovesti

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