opere in mostra

Opere in mostra

 

Donato Frisia - Tormenta a Bardonecchia

46 Gallarate Galleria d'Arte MAGA Donato Frisia Tormenta a Bardonecchia 1951
46 Gallarate Galleria d'Arte MAGA Donato Frisia Tormenta a Bardonecchia 1951

DONATO FRISIA

(Merate, 1883-1953)
 

Neve e tormenta a Bardonecchia, 1951
olio su masonite, 30 x 49 cm firmato e datato in basso a destra: “D. Frisia 1951” Gallarate, Museo MA*GA, inv. 051
Esposizioni: 1953, Gallarate, Quarto Premio Nazionale, n. 25. Bibliografia: Quarto Premio Nazionale 1953, n. 25; Zanella 1966, n. 30; Zanella 1972, n. 41, p. 7; Zanella 1983, n. 30, p. 57.

L’opera in esame risale al periodo del dopoguerra. In questi anni il pittore era solito ritrovarsi a Bardonecchia in compagnia di altri artisti, tra i quali gli amici Lilloni, Treccani, De Grada, Spilimbergo, ospiti dell’albergatore Renato Perego, per soggiorni dedicati allo studio del paesaggio locale. Una trama di amicizie che il pittore brianzolo sa coltivare durante tutta la sua vita anche con artisti famosi, come Amedeo Modigliani, Pablo Picasso e Braque, che Frisia conosce a Parigi, e con i quali dialoga e si confronta costantemente, in un comune atteggiamento etico nell’affrontare i problemi della pittura. Nonostante le innumerevoli relazioni, non aderisce mai alle Avanguardie e neppure al gruppo Novecento. Insofferente a ogni vincolo teorico che non sia espressione piena della propria esperienza di vita, egli sceglie di mantenere un linguaggio proprio, che aggiorna e rinnova il naturalismo lombardo, allontanandosi gradualmente anche dalla lezione di Gola, alla ricerca di una maggior solidità costruttiva. Neve e tormenta a Bardonecchia, espressione dell’ultimo periodo della sua lunga carriera, costellata di riconoscimenti internazionali, testimonia questa sua indipendenza artistica. Il paesaggio innevato è reso con pennellate ampie e corpose, con le quali il pittore traspone sulla tela la poesia della neve, le sue luci, le sue ombre e il suo silenzio. Sul fondo di una radura che segna la profondità è raccolto il piccolo villaggio, poche case appena riconoscibili, dalle quali sono scomparsi i contorni di porte e finestre. Una di loro allude, nel colore, alla “casa rossa” dove il pittore ha trascorso l’infanzia inquieta e che ricorda in più di un’opera. La nozione d’inverno e della tormenta che investe il villaggio alpino è resa con una gamma di bianchi che scivolano al rosa, fino alle sfumature dei marroni e dei grigi che ricordano la materia costruttiva delle baite, il legno, la pietra, le beole, non ancora totalmente rivestite dal manto nevoso. Questa componente plastica, comune a molte sue opere, deriva dalla sua precedente esperienza di scultore che lo porta, in altri dipinti, a ricercare una pittura materica, precorritrice dell’informale e, in particolare, di Ennio Morlotti. La sua è una pittura paziente, che sa attendere l’attimo in cui la luce, le ombre, l’atmosfera trasmettono al paesaggio la massima espressività. Egli infatti resta sempre ancorato alla pittura dal vero, all’immagine reale. Il suo credo è “Il bello nel vero”, che persegue attraverso un’immersione quasi fisica nella realtà. Non vuole trasporre sulla tela ciò che vede ma ciò che sente profondamente.
Giovanna Palamidese

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