opere in mostra

Opere in mostra

 

Fracesco De Rocchi - Fiori secchi

35 De Rocchi fiori 1233
35 De Rocchi fiori 1233

FRANCESCO DE ROCCHI

(Saronno, Varese, 1902 - Milano, 1978)
 

Fiori secchi, 1960
olio su tela, 50 x 40 cm firmato e datato in basso a destra: “F. De Rocchi/ 60” Gallarate, Museo MA*GA, inv. 1233, deposito da collezione privata
Esposizioni: 1963, De Rocchi, Torino.
Bibliografia: De Rocchi 1963; Francesco De Rocchi 1987, n. 471, p. 157.

La tela Fiori secchi è una nuova variante sul tema della natura morta, affrontato dall’artista sin dall’inizio degli anni trenta quando, nell’ambito di una pittura chiara, non manca di impostare composizioni con oggetti incongrui, tra cui strumenti musicali, che spesso strutturano interni dal sentore metafisico. Seguiranno liriche creazioni arricchite di nuove invenzioni simboliche nelle quali le forme si affievoliscono nei loro perimetri per divenire materia di pura luce-colore. Le proposte dell’artista proseguono tra ricerche volte a cogliere l’effetto naturale della luce che dissolve i contorni e soluzioni contenutistiche che lo allontanano dagli esiti più tradizionali. Ne è un esempio il dipinto in questione, nel quale uno stretto e alto vaso blu è posato su un inconsueto piano chiaro che sembra aprirsi in due ali, mentre in alto fuoriesce un mazzo di fiori con fogliame, che si amalgama con le masse cromatiche circostanti portate sulla tela da una pennellata fortemente animata. Nonostante i colori, che fanno pensare a elementi di una natura ancora fresca, si coglie nell’opera matura dell’artista una nota mesta data dal titolo stesso e da quella sorta di ali dispiegate, fatto non raro nel percorso creativo di De Rocchi che dipinse corolle appassite in nature morte degli anni di guerra e la figura dell’angelo alato sul finire del conflitto. De Rocchi, formatosi negli anni venti, quando imperava la stagione novecentista del Ritorno all’ordine, partecipa, come gli altri chiaristi, alle mostre del movimento. Tuttavia, all’aprirsi del decennio successivo, tende nella strutturazione delle forme alla bidimensionalità e nei colori a schiarire la tavolozza dipingendo, nelle delicate cromie delle terre di Siena (al limite di una pittura monocroma), paesaggi e nature morte, ma soprattutto figure quotidiane e sognanti, in cui riemergono le emozioni che aveva vissuto fin da ragazzo nella contemplazione degli angeli di Gaudenzio Ferrari e delle Madonne di Bernardino Luini nel santuario di Saronno, la città dei suoi natali. Ovvero, elide la plasticità delle forme propria del novecentismo, riallacciandosi all’Ottocento, “soprattutto – osserva Elena Pontiggia – alla tradizione lombarda che va dal Piccio alla Scapigliatura fino a Gola. Elimina cioè il segno classico, idealistico e mentale teorizzato da Margherita Sarfatti nell’immediato dopoguerra, e ritrova la pennellata fluida, il tocco filamentoso e umido, il segno emotivo, pastoso e materico del naturalismo ottocentesco”.
Fabrizio Rovesti

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