opere in mostra

Opere in mostra

 

Mario Sironi - Il ponte

42 SIRONI M. Ponte
42 SIRONI M. Ponte

MARIO SIRONI

(Sassari, 1885 - Milano, 1961)
 

Il ponte, 1938
olio su tavola, 50 x 60 cm firmato in basso a sinistra: “sironi” Gruppo Banco BPM - Collezione Banca Popolare di Milano, inv. 251331
Esposizioni: 1973, Milano, Mario Sironi; 1985, Milano, Mario Sironi 1885-1961, n. 126; 1991-1992, Alessandria, Sironi. Paesaggi.
Bibliografia: Mario Sironi 1973, ill. 159, p. 117; Mario Sironi 1985, p. 133, ill. p. 215; Gallo 1991, p. 36, ill. 3, p. 37; Tra ’800 e ’900 2010, ill. p. 247.

Il quadro rappresenta un paesaggio rurale, colto nei suoi elementi essenziali: il casolare, il ponte e, sullo sfondo, le montagne, motivo conduttore dei paesaggi non urbani di Sironi. Raffinatissimo è il gioco tonale intessuto dall’artista, che come sempre si avvale di pochi, energici segni scuri per tratteggiare i contorni e per contrastare i toni smorzati e riarsi, tipici dei paesaggi degli anni trenta e quaranta. Ne deriva una visione estremamente semplificata e sintetica, che non si connota per l’esattezza geografica, così come esula da ogni compiacimento descrittivo. Il segno asciutto e perentorio conserva ai volumi la loro pienezza, li costruisce con rigoroso ritmo compositivo, alternando pieni e vuoti, concavità a convessità, densità materiche a rigonfie trasparenze cromatiche. […] Nelle Montagne degli anni quaranta e cinquanta la resa cromatica tende invece a privilegiare toni bruni, prossimi al monocromo e all’effetto notturno, rischiarati da improvvisi bagliori lunari. L’impaginazione stratificata a fasce [è] risolta sul piano frontale e verticale grazie all’abolizione della prospettiva e alla riduzione del senso della profondità […] Stilisticamente il quadro si inserisce tra il periodo espressionista di Sironi, concluso nel 1931, e il momento neometafisico, inaugurato nel 1942. Nel suo ritmo binario il dipinto rinvia alla duplice essenza del paesaggio sironiano: da una parte la sua corposità oggettivante, nei termini di coerenza plastica, architettonica e costruttiva; dall’altra la sua qualità mentale, declinata come esuberanza pittorica, materica e gestuale. Tale compresenza presiede al sovrapporsi dell’invenzione alla mera sensazione esteriore e al suo condensarsi in intuizione sintetica. Il paesaggio, apparentemente disertato dalla presenza umana, sigilla in sé un valore non soltanto conoscitivo, ma anche etico e umano; segno del tempo e dell’attualità, rimanda contemporaneamente a una dimensione atemporale, eterna.
Sara Jelmini

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