opere in mostra

Opere in mostra

 

Sergio Romiti - Natura morta

34 ROMITI 065
34 ROMITI 065

SERGIO ROMITI

(Bologna, 1928-2000)
 

Natura morta, 1955
olio su tela, 50 x 65 cm Gallarate, Museo MA*GA, inv. 065
Esposizioni: 1955, Gallarate, Quinto Premio Nazionale Città di Gallarate, n. 107; 1988, Torre Pellice, XXXVIII Mostra d’arte contemporanea, n. 23.
Bibliografia: V Premio Nazionale di Pittura 1955, n. 107; Zanella 1966, n. 56; Zanella 1972, n. 74, p. 8; Zanella 1983, n. 112, pp. 95, 99; Dragone 1988, n. 23, p. 37.

L’opera è giunta in museo in quanto inclusa tra i vincitori della quinta edizione del Premio di arte moderna Città di Gallarate nel 1955, in cui il primo posto fu assegnato a Ennio Morlotti. Una seconda opera dell’artista, dal titolo Composizione, datata 1964, fu premiata e acquistata in occasione dell’ottava edizione del 1966. Gli anni cinquanta sono un periodo di intensa attività espositiva per il pittore. Francesco Arcangeli nel 1954 lo include con Morlotti, Mandelli e Moreni nel novero degli ultimi naturalisti, moderni eredi della tradizione dell’Italia settentrionale, per cui la natura è “strato profondo di passione e di sensi, felicità, tormento”. La formazione dell’artista, nel momento tumultuoso del secondo dopoguerra, risente dell’influenza dell’Astrattismo europeo e del Cubismo picassiano. L’esempio con cui più tenacemente si confronta è però quello del conterraneo Giorgio Morandi, da cui ricava non tanto citazioni figurative o soluzioni compositive, ma piuttosto una profonda serietà di visione, e un approccio schivo e riflessivo al fare artistico. La tela di Gallarate coniuga l’essenzialità della scelta cromatica con la raffinatezza delle sfumature e l’attenzione alla luce e ai valori tonali. Sono queste le caratteristiche di una fase della ricerca di Romiti in cui il pittore abbandona la tavolozza più accesa delle opere iniziali, ma ancora non approda alla svolta radicale che lo porterà successivamente a esplorare le potenzialità assolute del nero appena illuminato dal bianco. Le forme evocano oggetti disposti su un tavolo, come le scatole o le bottiglie care a Morandi, rese con ampie campiture dalla stesura a macchie su cui spiccano pochi, spessi, segni di contorno. Le soluzioni spaziali utilizzate sono di lontana ma evidente ascendenza cubista, con l’abbandono della distinzione tra l’oggetto e lo sfondo e la ricerca di un equilibrio dinamico. La calma solidità degli oggetti reali, messa in evidenza dall’impalcatura di orizzontali e verticali, comincia a sfaldarsi lungo le diagonali in tante schegge autonome, giungendo fino alle soglie dell’astrazione.
Paola Viotto

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